L’arte è comunicazione di emozioni.
L’arte musicale è fatta di suoni ed è necessaria la presenza di un esecutore che riesca a dar vita a questi suoni, a queste note, riuscendo, attraverso questi suoni, a comunicare il più possibile l’infinita gamma di sfumature emozionali che la musica suscita. Egli deve dunque tendere a creare suoni non solo “belli” o non solo “corretti”, ma che soprattutto siano in grado di veicolare le emozioni.
Sono molti i pianisti che hanno come obbiettivo un’esecuzione corretta o semplicemente fedele al testo (la giusta espressione, la giusta velocità, il suono giusto, il timbro giusto, le giuste tecniche esecutive, i giusti stili di esecuzione, eccetera), e non si rendono conto che la notazione musicale è una simbologia e che correttezza esecutiva e fedeltà al testo sono valori vuoti, di cui nessuno può dire qualcosa di realistico, come è dimostrato dalla storia dell’interpretazione pianistica.
La maggior parte dei pianisti ritiene di riuscire ad esprimere attraverso i suoni le proprie emozioni musicali. L’ascoltatore, al contrario, solitamente non percepisce, non riceve nulla; egli si annoia, si distrae, attratto da aspetti esteriori dell’esecuzione e perde così motivazioni anche rispetto ad altre espressioni artistiche.
In genere il pianista, pur “provando” moltissimo non riesce ad esprimere alcunché attraverso i suoni e la sua soddisfazione rimane sterile e solipsistica, dando la sgradevole sensazione di essere “staccato” dallo strumento e non un’unica entità con esso e ricorrendo più o meno consciamente alla mimica facciale e gestuale.
La condizione ideale è invece quella dello spontaneo fluire della musica, come se l’emozione sgorgasse in modo diretto dall’animo dell’esecutore, senza che la mediazione e i residui della riflessione cerebrale rimangano all’interno del suono.
Cosa impedisce all’emozione di essere espressa attraverso il suono? O meglio, al suono di contenerla? Detto in modo molto semplificato, ciascun suono può essere “pieno” o “vuoto”, cioè in grado o meno di comunicare. Sono i blocchi, blocchi psicofisici, blocchi di tensione che impediscono sia il controllo del suono che la comunicazione dell’espressione.
Come vedremo in seguito questi blocchi si possono e si devono eliminare completamente, mediante l’apprendimento di tecniche che permettano di creare il corretto lavoro delle masse muscolari e il corretto rilassamento delle giunture tendinee.
Possiamo modificare il timbro del pianoforte? La risposta a questa domanda è positiva e si manifesta nella differenza tra il suono “del pianoforte” ed il suono “del pianista”. Il timbro è la qualità che a parità di frequenza distingue un suono da un altro ed è determinato non solo dalla natura della sorgente del suono ma anche dal modo in cui questa viene posta in vibrazione. Ogni pianista può agire consapevolmente sul timbro del pianoforte, diventando in tal modo “diverso” e distinguibile da ogni altro, così come ogni uomo o donna è diverso l’uno dall’altro, diversi per sensibilità, per formazione, per cultura. Agire sul timbro e sulle sonorità significa creare la musica, esprimere le proprie sensazioni, il proprio mondo personale, in una parola gioire della musica.
Il mio modo di suonare e di insegnare a suonare il pianoforte si basa sulla liberazione di queste emozioni, sulla capacità di esprimerle e di comunicarle all’ascoltatore.
Come si riesce a modificare il timbro del pianoforte? In modo istintivo certamente, ma anche con basi metodologiche e tecniche che permettano di controllare gli 11 mm. di escursione della discesa del tasto, o meglio ancora la salita del martelletto.
Più precisamente, controllare l’azionamento della leva della meccanica significa acquisire delle tecniche per stabilire i parametri di massa/peso, altezza, velocità, angolo di attacco più idonei per ogni singolo suono; in una parola cioè controllare l’impatto del martello sulla corda.
Il suono cosiddetto “legato” più di ogni altro è l’emblema dell’utopia del pianoforte fin dall’epoca di Bartolomeo Cristofori (1655-1731), il riuscire a riprodurre il canto vocale per mezzo della tastiera, i cui limiti evidenti sono rappresentati dalla percussione delle corde e dalla durata dei suoni rispetto a quelli del belcanto.
Il “legato” non è un qualcosa che unisce due suoni, ma è lo stesso suono ad essere “legato”, a creare l’illusione dell’unione vocalistica tra più suoni. E’il risultato sonoro ottenuto dall’abbattimento o dalla riduzione dei “rumori”dell’impatto del martello con la corda, la modifica dei transitori d’attacco, tramite il controllo dell’impatto e quindi il controllo della qualità dell’emissione del suono.